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Teoria della letteratura A.A. 2011-12 Corso per gli studenti della Laurea magistrale Mutuato anche per gli studenti della Facolt di Lettere 6 cfu; circa 30 ore Orari delle lezioni: Lun. 12.00-13.30, Aula D, Presidenza Lingue Mar. 12.00-13.30, Aula I, Dip. Lingue e LSM Mer. 10.15-11.45, Aula E, Presidenza Lingue Esami: A partire dal 19 marzo Ricevimento (Italianistica, Studio 33, terzo piano): Feb.-mar. 2010: Luned 10.00-11.30, Mercoled 12.00-13.00 Da aprile 2010: Marted 10.00-13.00

Alcune parole-chiave Esperienza - Testimonianza - Esperienza vissuta (Erlebnis) ed esperienza accumulata (Erfahrung) - Inesperienza, perdita o crisi dellesperienza Storia - Guerra, violenza, trauma - Destino - Epica, Tragedia Scrittura - Oralit e scrittura - Esperienza e scrittura - Funzioni della scrittura (testimoniale, terapeutica, conoscitiva) Narrazione - Dicibile/indicibile

- Silenzio - Intreccio, trama Alcune parole-chiave Autobiografia - Soggetto - Identit - Autofiction Memoria - Ricordo - Oblio (volontario/involontario) - Derive della memoria Realt - Verit, veridicit, autenticit - Realismo, verosimiglianza, credibilit

- Documento Finzione - Menzogna - Artificio - Trasfigurazione Principi di classificazione, 1: Contenuto tematico Hegel, Estetica, c un nesso profondo tra guerra e narrazione epica: Nel modo pi generale si pu indicare come la situazione pi appropriata all'epos il conflitto dello stato di guerra. Infatti in guerra tutta la nazione che messa in movimento ed esperimenta nelle sue condizioni generali un vivo stimolo ad agire [] in guerra l'interesse principale risulta il coraggio, ed il coraggio uno stato dell'anima ed una attivit adatti

soprattutto per la descrizione epica [...]. In altri termini, nella narrazione della guerra si realizza un senso di totalit, di integrazione organica tra lindividuo e la collettivit, tra le vicende personali delleroe e lo sfondo dei grandi avvenimenti storici Principi di classificazione, 1: Contenuto tematico Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991 (1994): Le guerre del ventesimo secolo [] hanno raggiunto dimensioni mai toccate prima. [] dal 1914 in poi, le guerre furono indubbiamente guerre di massa [] impiegarono e distrussero nel corso dei combattimenti una quantit fino ad allora inimmaginabile di materiali e di prodotti. [...] I conflitti generali si trasformarono in guerre di popolo [] Le guerre condotte in entrambi gli schieramenti da professionisti o da

specialisti, soprattutto se costoro appartengono a strati sociali affini, non escludono il reciproco rispetto e laccettazione di regole perfino cavalleresche. La violenza ha le sue regole. [] Ma le guerre totali del nostro secolo furono molto lontane dagli schemi della politica bismarckiana o di quella settecentesca. Nessuna guerra in cui si fa appello a sentimenti nazionali di massa pu avere carattere limitato come lo avevano le guerre Principi di classificazione, 1: Contenuto tematico Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991 (1994): Unaltra ragione fu la conduzione impersonale della guerra, in base alla quale uccidere e ferire diventavano conseguenze remote del premere un pulsante o del muovere una leva. La tecnologia rendeva invisibili le sue vittime, mentre ci non accadeva quando si sventravano i nemici con la baionetta o li si

inquadrava nel mirino del fucile. Di fronte ai cannoni in postazione sul fronte occidentale non cerano uomini, ma cifre statistiche [] Laggi, al suolo sotto i bombardieri, non cerano persone che stavano per essere bruciate o maciullate, ma obiettivi []. Principi di classificazione, 2: Distanza e testimonianza Grard Genette, Figure III (1972): [La funzione testimoniale, o di attestazione] la funzione che informa sulla parte presa dal narratore, in quanto tale, alla storia da lui narrata, cio sul rapporto fra narratore e storia: rapporto affettivo, certo, ma anche morale o intellettuale, e che pu prendere la forma di una semplice testimonianza, come quando il narratore indica la fonte da cui deriva la sua informazione, o il grado di precisione dei suoi ricordi personali,

o i sentimenti risvegliati in lui da un certo episodio. Principi di classificazione, 2: Distanza e testimonianza Primo Levi, I sommersi e i salvati (1986): Per una conoscenza dei Lager, i Lager stessi non erano sempre un buon osservatorio: nelle condizioni disumane a cui erano assoggettati, era raro che i prigionieri potessero acquisire una visione dinsieme del loro universo. [] Da questa carenza sono state condizionate le testimonianze, verbali o scritte, dei prigionieri normali, dei non privilegiati, di quelli cio che costituivano il nerbo dei campi, e che sono scampati alla morte solo per una combinazione di eventi improbabili. Principi di classificazione, 2: Distanza e testimonianza

Primo Levi, I sommersi e i salvati: La storia dei Lager stata scritta quasi esclusivamente da chi, come io stesso, non ne ha scandagliato il fondo. Chi lo ha fatto non tornato, oppure la sua capacit di osservazione era paralizzata dalla sofferenza e dallincomprensione. Lo ripeto, non siamo noi, i superstiti, i testimoni veri. questa una nozione scomoda, di cui ho preso coscienza a poco a poco, leggendo le memorie altrui, e rileggendo le mie a distanza di anni. Noi sopravvissuti [] siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilit o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non tornato per raccontare, o tornato muto; ma sono loro, i mussulmani, i sommersi, i testimoni integrali. Principi di classificazione, 2: Distanza e testimonianza

Primo Levi, I sommersi e i salvati: Noi toccati dalla sorte abbiamo cercato, con maggiore o minore sapienza, di raccontare non solo il nostro destino, ma anche quello degli altri, dei sommersi, appunto; ma stato un discorso per conto di terzi, il racconto di cose viste da vicino, non sperimentate in proprio. La demolizione condotta a termine, lopera compiuta, non lha raccontata nessuno, come nessuno mai tornato a raccontare la sua morte. I sommersi, anche se avessero avuto carta e penna, non avrebbero testimoniato, perch la loro morte era cominciata prima di quella corporale. [] Parliamo noi in loro vece, per delega. Principi di classificazione, 3: Il tempo Testimoni diretti: Alcuni raccontano a caldo, subito dopo lesperienza vissuta

(Levi, Calvino, Vittorini, Pavese) Alcuni raccontano dopo molti anni (Meneghello, Semprn) Testimoni indiretti: ricostruzione documentaria, rapporto dialettico tra passato e presente, e tra le diverse generazioni Franois Dosse, Renaissance de lvnement (2010): La storia un discorso intorno a una presenza mancante, un discorso che istituisce una frattura irreversibile perch questo essere-stato per sempre assente e rende impossibile ogni tentativo di ritrovare la voce dei viventi del passato: Si costruisce una letteratura a partire da impronte definitivamente mute; ci che passato non torner pi e la voce perduta per sempre [la cit. tratta da Michel de Certeau, LAbsent de lhistoire, 1973, p. 11] (p. 113). Principi di classificazione, 4: Il genere letterario a) Autobiografia

Narrazione retrospettiva che un individuo fa della propria vita Cfr. Philippe Lejeune, Il patto autobiografico: A=N=P Si manifesta in forme varie: diario, cronaca, memorialistica ecc. b) Autofiction Termine coniato da Serge Dubrovsky a proposito del suo romanzo Fils (1977) Genere che mescola autobiografia e invenzione narrativa, mette in scena lautore reale ma gli attribuisce anche esperienze fittizie c) Romanzo (storico) Un multicolore universo di storie Italo Calvino, Prefazione 1964 al Sentiero dei nidi di ragno Nel 1954 esce la seconda edizione del libro, sempre per

Einaudi, nella collana Piccola Biblioteca Scientificoletteraria; In questa circostanza emerge nettamente il senso di distacco che Calvino prova nei confronti del romanzo: cfr. la Lettera del 29 set. 1954 a Giuseppe Zigaina (un disegnatore che doveva realizzare lillustrazione della copertina): Einaudi vuol ristampare il mio Sentiero dei nidi di ragno, da tempo esaurito, nella Piccola biblioteca Scientifico-Letteraria. [] Non so se tu hai il libro (che un libro invecchiato, che per anni non ho voluto ristampare, e a cui ora acconsento, appunto perch distaccato nel tempo, non pu essere letto se non retrospettivamente. Un multicolore universo di storie Italo Calvino, Prefazione 1964 al Sentiero dei nidi di ragno

Nel 1964 esce la terza e definitiva edizione nei Coralli. Il testo viene sottoposto a un ulteriore lavoro di revisione e accompagnato dalla Prefazione. Lettera del maggio 1977, in cui ribadisce il rapporto problematico con il libro: un libro di cui posso parlare con distacco, perch mi difficile identificarmi con chi lha scritto, pi di trentanni fa. Ma il fatto che con questo libro io abbia sempre avuto rapporti difficili, pi che con qualsiasi altro mio libro, mi rimanda a un momento della mia giovinezza in cui cerano tutti i presupposti duna nevrosi bella e buona. Un multicolore universo di storie Domenico Scarpa, Italo Calvino:

Siamo di fronte a una serie di prove di discorso troncate a mezzo per dichiarata incapacit di trovare il filo nel mentre stesso che il discorso si avvia, si sviluppa e assume una fisionomia sempre pi definita a forza di scossoni e di brusche correzioni, ammettendo i lettore nel backstage dellautore e portando sulla scena le sue perplessit e i suoi balbettii meditabondi con arte teatrale e sopraffina. [] teatro, questa Prefazione, ma anche cinema: come una sequenza che vada via via restringendo il campo. Calvino aggiusta il suo obiettivo scalando le distanze dallinquadratura panoramica (latmosfera generale dellepoca in cui il Sentiero fu scritto) fino al dettaglio in primissimo piano (i risvolti autobiografici dellopera). Prima dinaugurare una nuova fase creativa, Calvino salda i

Un multicolore universo di storie Italo Calvino, Prefazione 1964 al Sentiero dei nidi di ragno: Questo romanzo il primo che ho scritto; quasi posso dire la prima cosa che ho scritto, se si eccettuano pochi racconti. Che impressione mi fa, a riprenderlo in mano adesso? Pi che come un'opera mia lo leggo come un libro nato anonimamente dal clima generale d'unepoca, da una tensione morale, da un gusto letterario che era quello in cui la nostra generazione si riconosceva, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Un multicolore universo di storie Italo Calvino, Prefazione 1964 al Sentiero dei nidi di ragno: L'esplosione letteraria di quegli anni in Italia fu, prima che un fatto d'arte, un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo.

Avevamo vissuto la guerra, e noi pi giovani che avevamo fatto appena in tempo a fare il partigiano non ce ne sentivamo schiacciati, vinti, bruciati, ma vincitori, spinti dalla carica propulsiva della battaglia appena conclusa, depositari esclusivi d'una sua eredit. Non era facile ottimismo, per, o gratuita euforia; tutt'altro: quello di cui ci sentivamo depositari era un senso della vita come qualcosa che pu ricominciare da zero, un rovello problematico generale, anche una nostra capacit di vivere lo strazio e lo sbaraglio; ma l'accento che vi mettevamo era quello d'una spavalda allegria. Molte cose nacquero da quel clima, e anche il piglio dei miei primi racconti e del primo Un multicolore universo di storie Italo Calvino, Prefazione 1964 al Sentiero dei nidi di ragno:

Questo ci tocca oggi, soprattutto: la voce anonima dellepoca, pi forte delle nostre inflessioni individuali ancora incerte. Lessere usciti da unesperienza guerra, guerra civile che non aveva risparmiato nessuno, stabiliva unimmediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il suo pubblico: si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva vissuto vite irregolari drammatiche avventurose, ci si strappava la parola di bocca. La rinata libert di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare: nei treni che riprendevano a funzionare, gremiti di persone e pacchi di farina e bidoni dolio, ogni passeggero raccontava agli sconosciuti le vicissitudini che gli erano occorse, e cos ogni avventore delle mense del popolo, ogni donna nelle code dei negozi; il grigiore delle vite quotidiane sembrava cosa daltre epoche; ci muovevamo in un multicolore universo di storie.

Un multicolore universo di storie Primo Levi, Se questo un uomo (1947): [fine della premessa] Il bisogno di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi, aveva assunto fra noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con altri bisogni elementari; il libro stato scritto per soddisfare a questo bisogno; in primo luogo quindi a scopo di liberazione interiore. Un multicolore universo di storie Primo Levi, Il sistema periodico (1975): Io ero ritornato dalla prigionia da tre mesi, e vivevo male. Le cose viste e sofferte mi bruciavano dentro; mi sentivo pi vicino ai morti che ai vivi, e colpevole di essere uomo,

perch gli uomini avevano edificato Auschwitz [] Mi pareva che mi sarei purificato raccontando, e mi sentivo simile al Vecchio Marinaio di Coleridge, che abbranca in strada i convitati che vanno alla festa per infliggere loro la sua storia di malefizi. Scrivevo poesie concise e sanguinose, raccontavo con vertigine, a voce e per iscritto, tanto che a poco a poco ne nacque poi un libro: scrivendo trovavo breve pace e mi sentivo ridiventare uomo, uno come tutti (p. 155). Un multicolore universo di storie Primo Levi, Intervista del 17 set. 1979: Io sono tornato dal Lager con una carica narrativa patologica addirittura. Mi ricordo molto bene certi viaggi in treno fatti nel 45, appena ritornato [] E in treno mi ricordo di aver raccontato le mie cose ai primi che

capitavano. Ho citato a questo proposito il vecchio marinaio di Coleridge, che racconta la sua storia a gente che va a nozze e che se ne infischia di lui. Ecco, io facevo proprio lo stesso [] Spesso ho pensato a Ulisse quando arriva alla corte dei Feaci. Stanco com passa la notte a raccontare le sue avventure. comune a tutti i reduci raccontare quello che hanno fatto. Primo Levi, Conversazione con Anthony Rudolf (ottobre 1986): Per me fu una sorta di terapia scrivere Se questo un uomo. Quando tornai a casa non mi sentivo assolutamente in pace. Mi sentivo invece profondamente turbato. Un certo istinto mi spinse a raccontare la mia vicenda. La raccontai verbalmente [cio oralmente] a chiunque, anche a persone sconosciute. Un multicolore universo di storie

Primo Levi, Conversazione con Anthony Rudolf: Poi qualcuno mi consigli, dicendomi che avrei anche potuto scriverla. Cos ci provai, e attraverso latto della scrittura provai un senso di progressiva guarigione. E infine guarii. [] Quando, dopo la guerra, lessi la poesia di Coleridge, ne rimasi profondamente turbato perch riconobbi me stesso in quel personaggio. Sino a quando non scrissi Se questo un uomo, agivo esattamente come il vecchio marinaio, fermando la gente per strada. Ricordo che alcuni giorni dopo il ritorno a casa dovetti fare alcuni viaggi tra Torino e Milano per ricostruire e riprendere la mia carriera di chimico. Ricordo bene che su un treno stavo parlando a ruota libera con gente che non conoscevo. Tra di loro vi era un prete. Era attonito, turbato, e mi chiese perch mi rivolgessi a persone che non conoscevo; gli risposi che non avevo altra scelta, che non riuscivo a trattenermi e che non potevo spegnere questo

bisogno interiore di raccontare la mia storia. Un multicolore universo di storie Sergio Antonielli, Il campo 29 (1949): Il punto non era che tutti o quasi, compresi gli analfabeti, si sentivano autorizzati a diventare scrittori. Il punto era che a quel grado di turbamento davanti al reale non si era mai arrivati. [] La partecipazione di massa al dolore fisico e morale, alla precariet della vita, agli imperativi della sopravvivenza quotidiana, alle innumerevoli umiliazioni, era sembrata di proporzioni mostruose perfino a un popolo come il nostro, educato per secoli ad arrangiarsi e a tirare a campare, cio a scampare, a salvarsi [] Scrivere di questo dolore non in generale, ma portando ciascuno il contributo della propria particolare esperienza, significava offrire la

testimonianza che gli scampati da analoghe prove desideravano per aiutarsi a superare il turbamento provato. Un multicolore universo di storie Sergio Antonielli, Il campo 29 (1949): Era come un parlare fra naufraghi del comune accidente. In questo senso, una letteratura che avesse trovato il tono giusto avrebbe ritrovato anche le radici sociali della letteratura, le ragioni profonde del mettersi a scrivere. Il rito era quello antichissimo del parlare delle comuni sventure per congedarsi dal passato e puntare allavvenire. Il momento pi vivido della mia vita Vittorio Sereni, Una donna vesita di rosso (prefazione al libro di Antonielli):

Certo, credevamo tutti in quegli anni di avere avuto una storia degna di essere raccontata. Cera anzitutto leccezionale soggettivo in quanto essere stati individualmente colpiti da un evento ci era bastato a farcelo ritenere eccezionale e cera leccezionale oggettivo, quello che non solo si presentava con i pi vistosi o atroci caratteri delleccezionalit, ma era sotto gli occhi di tutti gi al suo semplice enunciarsi. Il momento pi vivido della mia vita Luigi Meneghello, I piccoli maestri: [] in questo punto della crosta terrestre che ho passato il momento pi vivido della mia vita. Qui si sente davvero com' fatto l'Altipiano; la grande spalla liscia, pura, lo delimita come un mondo a parte, e da questo

punto si misura con uno sguardo quanto alto, quanto remoto. Non meraviglia che da allora per anni e anni figurandomi tra la veglia e il sonno la condizione pi perfetta in cui vorrei trovarmi, sia tornato sempre in cima a questa spalla, in una delle casotte di pietra che ci sono qua e l, di notte, ad aspettare con due o tre compagni che arrivino i convogli dei rastrellatori, per difendere l'Altipano in questo punto. Militarmente sarebbe una gran stupidaggine, ma questo sogno di perfezione non militare. Il momento pi vivido della mia vita Giorgio Caproni, Il labirinto (1946): io mi sentivo troppo solo in quellora che intuivo eccezionalmente grande; si vedeva che quelle non erano

ore ordinarie. Franco Fortini, Sere in Valdossola (1946): Vi fu un momento, in quei mesi, in cui parve che dal profondo si scuotesse qualcosa, lasciando intravedere un volto della gente dei nostri paesi fino allora sconosciuto; e dimprovviso motivi ed espressioni, gesti e sofferenze di quella gente si situarono ad una misura tale, ad un livello che avevamo creduto negato loro dalla bassezza dei tempi: il livello che si suol dire della storia, cio della azione consapevole. Il momento pi vivido della mia vita Italo Calvino, Lettera a Marcello Venturi del 7 feb. 1947: Forse bene che smettiamo di scrivere di partigiani, se no cadiamo nella cifra. E cosa scriviamo poi? Dove

potremo avere unesperienza tanto completa come quella della resistenza?. Il momento pi vivido della mia vita Primo Levi, Conversazione con Daniela Amsallem (15 luglio 1980): Il ritrovare la libert, per me ha coinciso [] con la scoperta dello scrivere; con, paradossalmente, la scoperta di avere in mano unesperienza estremamente dolorosa ma preziosa, che poteva durare, come un capitale che d frutto, e che infatti continua a dare frutto, in qualche modo; cio mi ha fornito una certa comprensione del mondo, e la facolt di ragionarci sopra, e questo lo considero positivo. Per cui, pu sembrare, come dire empio addirittura, ma la somma, la somma algebrica del male di Auschwitz pi quello che venuto dopo, per me positiva, non negativa. [Pausa] difficile fare delle ipotesi: se non fossi stato

ad Auschwitz, chi lo sa cosa sarebbe successo, non lo so, ma ho limpressione che avrei adesso una vita pi povera. Lunico dovere che ha luomo al mondo, secondo me, laico, di evitare la sofferenza agli altri e a se stessi. Il momento pi vivido della mia vita Primo Levi, Intervista di Philip Roth (1986): Primo Levi [] Ricordo di aver vissuto il mio anno di Auschwitz in una condizione di spirito eccezionalmente viva. [] non ho mai smesso di registrare il mondo e gli uomini intorno a me, tanto da serbarne ancora oggi unimmagine incredibilmente dettagliata. Avevo un desiderio intenso di capire, ero costantemente invaso da una curiosit che ad alcuni parsa addirittura cinica, quella del naturalista che si trova trasportato in un ambiente

mostruoso ma nuovo, mostruosamente nuovo []. Il momento pi vivido della mia vita Primo Levi, Intervista di Philip Roth (1986): Philip Roth [A proposito del viaggio di ritorno poi narrato nella Tregua] [] mi sono domandato se nonostante la fame, il freddo e le ansie, persino nonostante i ricordi, davvero tu abbia mai vissuto mesi migliori di quelli che definisci una parentesi di disponibilit illimitata, un provvidenziale ma irripetibile dono del destino [] Primo Levi Un mio amico [] mi ha detto molti anni fa: I tuoi ricordi di prima e di dopo sono in bianco e nero; quelli di Auschwitz e del viaggio di ritorno sono in technicolor. Aveva ragione. La famiglia, la casa e la fabbrica sono cose buone in s, ma mi hanno privato di

qualcosa di cui ancora oggi sento la mancanza, cio dellavventura. Il mio destino ha voluto che io trovassi lavventura proprio in mezzo al disordine dellEuropa Il momento pi vivido della mia vita Semprn, La scrittura o la vita: dice che quello passato a Buchenwald stato un periodo cruciale dellesistenza (p. 164). Nelle notti insonni, il ricordo di una frase urlata durante i bombardamenti (Crematorio, spegnete!) lo fa ritrovare nella realt del campo, in una notte di allarme aereo. Udivo la voce tedesca che impartiva lordine di spegnere il crematorio, ma non avvertivo alcuna angoscia. Da principio, al contrario, mi invadeva una sorta di serenit, di pace: come se ritrovassi unidentit, una trasparenza a me stesso in un luogo abitabile. Come se ammetto che laffermazione possa apparire indecente,

o quantomeno radicale, ma pur sempre veritiera come se la notte sullEttersberg, le fiamme sul crematorio, il sonno agitato dei compagni ammassati nelle brande, il rantolo flebile dei moribondi, fossero una sorta di patria, il luogo di una pienezza, di una coerenza vitale, nonostante la voce autoritaria che con tono irritato ripeteva: Krematorium, ausmachen! (pp. 146-147). Il momento pi vivido della mia vita Testimonianze femminili raccolte nel volume La resistenza taciuta (a cura di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, 1976): Per me stato il periodo pi bello della vita. Ma stato anche tragico, perch ho visto morire tanti ragazzi quando avrei voluto dare la mia vita cento volte per salvare la loro, e questa stata una sofferenza atroce.

Si rischiava la morte, per talmente cera la gioia di vivere! Delle volte leggo che i compagni erano tetri. Non vero. Eravamo sereni. Anzi, eravamo proprio felici []. Quel tempo stato stupendo, un periodo molto bello. Non ho mai pi vissuto una vita bella cos. Sofferenze s, ma una cosa!. Il momento pi vivido della mia vita Ada Gobetti, Diario partigiano (scritto nel 1947, sulla base di alcuni taccuini di appunti presi giorno per giorno negli anni della guerra): [Episodio in cui racconta di un trasferimento notturno con alcuni compagni, al freddo, sotto una neve incessante; a un certo punto entrano in una galleria e si fermano a riposare] Ci sedemmo e accendemmo una sigaretta: fosse il

benessere fisico del trovarsi per un momento al riparo o leffetto delle mie chiacchiere ottimistiche, sta di fatto che in quel momento ci sentimmo tutti e tre assolutamente felici. E ce lo dicemmo, tra timidi e stupiti. A guardar le cose oggettivamente, non cera davvero nessuna ragione di felicit; ma proprio quel che ci permette di vivere questo zampillar di gioia improvvisa che non ha radici in nulla di esterno, ma semplicemente in noi. Il momento pi vivido della mia vita Ada Gobetti, Diario partigiano: Ed tanto pi vivo quanto pi la vita intensa: gli attimi di serenit pi perfetta appagamento, completezza, armonia li ho provati proprio nei momenti di maggior pericolo. Gli che quando le acque scorrono con ritmo

normale levigano, ottundendole, le pietre che formano il fondo; e solo quando la tempesta le sconvolge, queste pietre raccolgono e riflettono, pur rabbrividendo, barbagli di pi vivida luce. / Ma queste sono divagazioni doggi. Quel giorno [] non facevamo tante considerazioni. Eravam felici, e basta. E guardavamo lavvenire e il mondo con ottimistica serenit. Il momento pi vivido della mia vita Semprn, La scrittura o la vita: Dovevo raggiungere in fretta il mio blocco. Fuori la notte era chiara, la burrasca di neve era cessata. Delle stelle brillavano nel cielo di Turingia. Ho camminato con passo spedito nella neve che scricchiolava, fra gli alberi del boschetto che circondava i blocchi dellinfermeria.

Nonostante il suono stridente dei fischi, in lontananza, la notte era bella, calma, serena. Il mondo si offriva a me nello splendente mistero di unoscura luce lunare. Mi sono fermato per riprendere fiato. Il cuore mi batteva forte. Mi ricorder per tutta la vita di questa felicit insensata, mi dissi. Di questa bellezza notturna. Ho alzato gli occhi. Sulla cresta dellEttersberg, delle fiamme di color arancio svettavano sulla tozza ciminiera del crematorio (p. 283). Il dispositivo deccezione Manzoni, I promessi sposi (cap. XXXIII): [Mentre sta seguendo in parallelo le vicende di vari personaggi, spostandosi dalluno allaltro,] Il narratore ammette che la storia di Renzo, non sarebbe mai stata intralciata con [quella di don

Rodrigo], se lui non lavesse voluto per forza; anzi si pu dire di certo che non avrebbero avuto storia n luno n laltro. Il dispositivo deccezione Tzvetan Todorov, La grammatica del racconto (in Poetica della prosa, 1971): Lintreccio minimale completo consiste nel passaggio da un equilibrio a un altro. Un racconto ideale inizia con una situazione stabile, che una forza qualunque viene a turbare. Ne risulta uno stato di squilibrio; mediante lazione di una forza diretta in senso opposto, lequilibrio viene ristabilito; il secondo equilibrio simile al primo, ma i due non sono mai identici. Il dispositivo deccezione Peter Brooks, Trame (1984): La trama del racconto una

deviazione o una trasgressione rispetto alla norma, uno stato di errore e di irregolarit, il solo stato raccontabile. La trama si pone come una sorta di divergenza o devianza [...]. Perch la trama inizia (o deve dare lillusione di iniziare) al momento in cui la storia, [...] ubbidendo a qualche stimolo, passa da uno stato di quiescenza a uno stato di narrabilit, a una condizione di tensione, di inquietudine, che esige appunto di essere raccontata. [...] La narrazione che segue viene mantenuta in uno stato di tensione, come una prolungata deviazione rispetto alla quiete della normalit, del non-raccontabile, finch giunge alla quiescenza terminale della conclusione. La devianza condizione necessaria perch la vita sia raccontabile, e la normalit manca di qualsiasi interesse, di qualsiasi energia.

Il dispositivo deccezione: il caso di Levi Giorgio Agamben, Quel che resta di Auschwitz: Auschwitz precisamente il luogo in cui lo stato di eccezione coincide perfettamente con la regola e la situazione estrema diventa il paradigma stesso del quotidiano (p. 44). Primo Levi, Appendice a Se questo un uomo (ed. 1956): Se non avessi vissuto la stagione di Auschwitz, probabilmente non avrei mai scritto nulla. Non avrei avuto motivo, incentivo, per scrivere: ero stato uno studente mediocre in italiano e scadente in storia, mi interessavano di pi la fisica e la chimica, ed avevo poi scelto un mestiere, quello del chimico, che non aveva niente in comune col mondo della parola scritta. stata lesperienza del Lager a costringermi a scrivere []. Il dispositivo deccezione: il caso di Levi

Primo Levi, La chiave a stella (1978): Se non ci fossero delle difficolt ci sarebbe poi meno gusto dopo a raccontare; e raccontare [] una delle gioie della vita. Daniele Giglioli, Narratore, in Riga, n. 13, 1997: Che la fame e la ricerca del cibo abbiano dato origine a furti, litigi, trattative, sogni, rievocazioni, gesti abietti, imprese coraggiose e avventure di ogni tipo, del tutto ovvio, nella situazione in cui Levi si trovato; che egli ce ne riferisca in un certo senso altrettanto ovvio, fa parte del contratto di genere della memorialistica; ma che ad esempio la ricerca di un silo pieno di patate venga descritta con gli stessi termini di una caccia al tesoro [] cosa che appartiene al dominio della letteratura, a quel processo di costante reinvestimento dei dati dellesperienza in strutture significanti autonome e capaci non solo di tramandare, ma anche di generare, in chi legge, nuove esperienze.

Il dispositivo deccezione: il caso di Levi Daniele Giglioli, Narratore, in Riga, n. 13, 1997: Dunque, la situazione eccezionale ha fatto sorgere, dalle spoglie di chi era stato uno studente mediocre di italiano e scadente in storia, un narratore. Di questa situazione eccezionale il cibo, o meglio la sua mancanza, era la quintessenza []: dunque quel narratore doveva parlarne. [] la memoria si fatta racconto, e leccezione stata reintegrata, come letteratura, nelluniverso della norma. Non del tutto, per; certo gli oggetti che ne erano stati la sostanza (la fame, il freddo, le percosse, la morte, e poi la liberazione, il ritorno alla vita, il viaggio, lignoto e lavventura) sono stati riassorbiti e neutralizzati per effetto del potere taumaturgico della scrittura.

Eppure, essi devono aver lasciato in Levi come un calco, una forma vuota, o forse una macchina disinserita che attendeva solo di essere riaccesa []. Il dispositivo deccezione: il caso di Levi Daniele Giglioli, Narratore, in Riga, n. 13, 1997: Per questo, lasciatosi alle spalle i due libri che lurgenza della memoria gli aveva imposto di scrivere, Levi si trovato ad avere ancora storie da narrare []: perch se con il Lager e col viaggio di ritorno [] egli poteva ritenere di aver chiuso il conto, il debito con il dispositivo stesso delleccezione, che lo aveva fatto nascere come narratore, poteva dirsi tuttaltro che pagato. Per questo lo ritroveremo sempre, quel dispositivo, puntuale e servizievole, ma anche irremovibile, nei racconti e nei

romanzi scritti dopo La tregua. La voce del narratore Italo Calvino, Prefazione 1964 al Sentiero dei nidi di ragno: Chi cominci a scrivere allora si trov cosi a trattare la medesima materia dell'anonimo narratore orale: alle storie che avevamo vissuto di persona o di cui eravamo stati spettatori s'aggiungevano quelle che ci erano arrivate gi come racconti, con una voce, una cadenza, un'espressione mimica. Durante la guerra partigiana le storie appena vissute si trasformavano e trasfiguravano in storie raccontate la notte attorno al fuoco, acquistavano gi uno stile, un linguaggio, un umore come di bravata, una ricerca d'effetti angosciosi o truculenti. Alcuni miei racconti, alcune pagine di questo romanzo hanno all'origine questa

tradizione orale appena nata, nei fatti, nel linguaggio. La voce del narratore Corrado Alvaro, Quaderno. Alcune pagine dun diario fra il luglio 1943 e il giugno 1944 (1944): Inerzia. E in questo stato dinerzia si raccontano leggende di fatti accaduti altrove, atti di coraggio, iscrizioni sui muri, pi in l, in un altro quartiere []. Generalmente se ne d il vanto ai quartieri popolari, Trastevere o Testaccio. Levi, Intervista del 17 settembre 1979: Direi che io sono costruito cos: mi piace raccontare le mie cose. E infatti le racconto, in maggior misura quelle che mi sono successe veramente, o anche quelle che mi vengono raccontate. A riraccontarle mi pare di allinearmi con una dinastia millenaria che risale addirittura ai raccontatori popolari che ci sono in

Africa e in Asia. Il silenzio del narratore Testimonianze femminili raccolte nel volume La resistenza taciuta (a cura di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, 1976): Noi donne siamo restie a parlare. Tanto gli uomini sono pieni di loro, tanto le donne preferiscono tacere. Il silenzio del narratore Theodor Adorno, Critica della cultura e societ (1951): Scrivere una poesia dopo Auschwitz un atto di barbarie e ci avvelena la stessa consapevolezza del perch divenuto impossibile scrivere oggi poesie. Theodor Adorno, Dialettica negativa (1966):

"La sofferenza incessante ha tanto il diritto di esprimersi quanto il martirizzato di urlare; perci sar stata un errore la frase che dopo Auschwitz non si possono pi scrivere poesie" (p. 326); Auschwitz ha dimostrato inconfutabilmente il fallimento della cultura. Il fatto che potesse succedere in mezzo a tutta la tradizione della filosofia, dellarte e delle scienze illuministiche, dice molto di pi che essa, lo spirito, non sia riuscito a raggiungere e modificare gli uomini. Il silenzio del narratore Theodor Adorno, Dialettica negativa (1966): In quelle regioni stesse con la loro pretesa enfatica di autarchia, sta di casa la non verit. Tutta la cultura dopo Auschwitz, compresa la critica urgente ad essa,

spazzatura. [] Chi parla per la conservazione della cultura radicalmente colpevole e miserevole diventa collaborazionista, mentre chi si nega alla cultura, favorisce immediatamente la barbarie, quale si rivelata essere la cultura. Neppure il silenzio fa uscire dal circolo vizioso: esso razionalizza soltanto la propria incapacit soggettiva con lo stato di verit oggettiva e cos la degrada ancora una volta a menzogna. Il silenzio del narratore Primo Levi, Intervista del 1984: Sono un uomo che crede poco alla poesia e tuttavia la pratica. Adorno ha scritto che dopo Auschwitz non si pu pi fare poesia, ma la mia esperienza stata opposta. Allora (1945-46) mi sembr che la poesia fosse pi idonea della

prosa per esprimere quello che mi pesava dentro. Dicendo poesia, non penso a niente di lirico. In quegli anni, semmai, avrei riformulato le parole di Adorno: dopo Auschwitz non si pu pi fare poesia se non su Auschwitz. Il silenzio del narratore Primo Levi, I sommersi e i salvati (1986): Coloro che hanno sperimentato la prigionia (e, molto pi in generale, tutti gli individui che hanno attraversato esperienze severe) si dividono in due categorie ben distinte, con rare sfumature intermedie: quelli che tacciono e quelli che raccontano. Entrambi obbediscono a valide ragioni: tacciono coloro che provano pi profondamente quel disagio che per semplificare ho chiamato vergogna, coloro che non si sentono in pace con se stessi, o le cui ferite

ancora bruciano. Parlano, e spesso parlano molto, gli altri, obbedendo a spinte diverse. Parlano perch, a vari livelli di consapevolezza, ravvisano nella loro (anche se ormai lontana) prigionia il centro della loro vita, l'evento che nel bene e nel male ha segnato la loro esistenza intiera. Il silenzio del narratore Primo Levi, I sommersi e i salvati (1986): Parlano perch sanno di essere testimoni di un processo di dimensione planetaria e secolare. Parlano perch (recita un detto jiddisch) bello raccontare i guai passati; Francesca dice a Dante che non c' nessun maggior dolore / che ricordarsi del tempo felice / nella miseria, ma vero anche l'inverso, come sa ogni reduce: bello sedere al caldo, davanti al cibo ed al vino, e ricordare a s ed agli

altri la fatica, il freddo e la fame: cos subito cede all'urgenza del raccontare, davanti alla mensa imbandita, Ulisse alla corte del re dei Feaci. Il silenzio del narratore Manifesto del Futurismo (20 feb. 1909, punto 9): Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna. Carlo Emilio Gadda, Giornale di guerra e di prigionia. Annotazione datata 15 maggio 1918: La guerra finir, speriamo che finisca, e io non ci sar pi stato: non fatiche amorosamente portate, non sacrifici di stomaco e di cervello e di gambe con gioia compiuti, non

solitudine gioiosa sotto la tenda mentre croscia la pioggia autunnale, non i divini momenti del pericolo, i sublimi atti della battaglia [] Questa la mia rabbia, questo lossessionante dolore, che mi porta alla demenza. [] Il silenzio del narratore Renato Serra, Esame di coscienza di un letterato: Invecchieremo, falliti. Saremo la gente che ha fallito il suo destino. [] Fra milioni di vite, cera un minuto per noi; e non lavremo vissuto. Saremo stati sullorlo, sul margine estremo; il vento ci investiva e ci sollevava i capelli sulla fronte; nei piedi immobili tremava e saliva la vertigine dello slancio. E siamo rimasti fermi. Invecchieremo, ricordandoci di questo. Noi, quelli della mia generazione; che arriviamo adesso al limite, o labbiamo

passato di poco; gente sciupata e superba. Il silenzio del narratore Antonio Scurati, La letteratura dellinesperienza (2006): Lungo lintero corso dell800, e fino al primo conflitto mondiale, il Mito dellEsperienza della Guerra stato il mito dellesperienza stessa. Lallentamento dei legami comunitari, la giuridificazione dei rapporti interpersonali, limpersonalit degli apparati burocratici, lalienazione del lavoro industriale, la repressione degli istinti sessuali nella famiglia patriarcale, il principio del risparmio a cui simprontava leconomia fordista, lanonimato dellesistenza nelle grandi aree urbane, lavvento delle masse sulla scena della storia [] furono tutti fattori che contribuirono a fare della societ borghese un sistema

particolarmente oppressivo. Un sistema in cui il singolo uomo non era pi misura del mondo, il brandello di vita (della sua stessa vita) che lindividuo poteva vivere in Il silenzio del narratore Antonio Scurati, La letteratura dellinesperienza (2006): Le esistenze scarnificate degli individui sottoposti a questo tipo di giogo morbido ma intoglibile vagheggiarono, perci, nella guerra, il momento di massima intensificazione vitale, lattimo di plenitudine esperienziale che li avrebbe riscattati dallinanit delle loro routine quotidiane. Ma, con il primo conflitto mondiale, la guerra produsse la pi devastante delle autodemistificazioni. Come not Walter Benjamin, fu proprio con la grande guerra che si realizz la caduta delle azioni dellesperienza:

allopposto di ci che si era creduto, i reduci tornavano dalle trincee del tutto privi di esperienza comunicabile. Il silenzio del narratore Walter Benjamin, Il narratore. Considerazioni sullopera di Nicola Leskov (1936): Il narratore per quanto il suo nome possa esserci familiare non ci affatto presente nella sua viva attivit. qualcosa di gi remoto, e che continua ad allontanarsi. [] larte del narrare si avvia al tramonto. Capita sempre pi di rado dincontrare persone che sappiano raccontare qualcosa come si deve: e limbarazzo si diffonde sempre pi spesso quando, in una compagnia, c chi esprime il desiderio di sentir raccontare una storia. come se fossimo privati di una facolt che sembrava inalienabile, la pi certa e sicura

di tutte: la capacit di scambiare esperienze. Il silenzio del narratore Walter Benjamin, Il narratore: Una causa di questo fenomeno evidente: le azioni dellesperienza [Erfahrung] sono cadute. E si direbbe che continuino a cadere senza fondo. [] Con la guerra mondiale cominci a manifestarsi un processo che da allora non si pi arrestato. Non si era visto, alla fine della guerra, che la gente tornava dal fronte ammutolita, non pi ricca, ma pi povera di esperienza comunicabile? Ci che poi, dieci anni dopo, si sarebbe riversato nella fiumana dei libri di guerra, era stato tutto fuorch esperienza passata di bocca in bocca. E ci non stupisce.

Il silenzio del narratore Walter Benjamin, Il narratore: Poich mai esperienze furono pi radicalmente smentite di quelle strategiche dalla guerra di posizione, di quelle economiche dall' inflazione, di quelle fisiche dalle battaglie caratterizzate da grande dispiego di mezzi e materiali, di quelle morali dai detentori del potere. Una generazione che era ancora andata a scuola col tram a cavalli, si trovava, sotto il cielo aperto, in un paesaggio in cui nulla era rimasto immutato fuorch le nuvole, e sotto di esse, in un campo di forze attraversato da micidiali correnti ed esplosioni, il minuto e fragile corpo dell' uomo. Il silenzio del narratore Walter Benjamin, Il narratore:

Il primo segno di un processo che porter al declino della narrazione la nascita del romanzo alle soglie dellet moderna. Ci che separa il romanzo dalla narrazione (e dallepico in senso stretto) il suo riferimento strettissimo al libro. La diffusione del romanzo diventa possibile solo con linvenzione della stampa. Ci che si lascia tramandare oralmente, il patrimonio dellepica, di altra natura da ci che costituisce il fondo del romanzo. Il romanzo si distingue da tutte le altre forme di letteratura in prosa fiaba, leggenda, e anche dalla novella per il fatto che non esce da una tradizione orale e non ritorna a confluire in essa. Ma soprattutto dal narrare. Il silenzio del narratore Walter Benjamin, Il narratore:

Il narratore prende ci che narra dallesperienza dalla propria o da quella che gli stata riferita ; e lo trasforma in esperienza di quelli che ascoltano la sua storia. Il romanziere si tirato in disparte. Il luogo di nascita del romanzo lindividuo nel suo isolamento []. Scrivere un romanzo significa esasperare lincommensurabile nella rappresentazione della vita umana. Pur nella ricchezza della vita e nella rappresentazione di questa ricchezza, il romanzo attesta ed esprime il profondo disorientamento del vivente. Il silenzio del narratore Theodor Adorno, Minima Moralia: Gi la volta scorsa [cio durante la Prima guerra] linadeguatezza del corpo alla battaglia dei materiali rendeva impossibile una vera esperienza [Erfahrung].

Nessuno avrebbe potuto raccontare di quella guerra al modo in cui si era raccontato delle battaglie del generale dartiglieria Bonaparte. [] Ma la seconda guerra mondiale sottratta altrettanto radicalmente allesperienza quanto il funzionamento di una macchina ai movimenti del corpo []. Come questa guerra non possiede continuit, storia, lelemento epico, ma in certo qual modo ricomincia da capo ad ogni fase, cos non lascia dietro di s un ricordo resistente e inconsciamente conservato. Dovunque, ad ogni esplosione, essa ha infranto la pellicola protettiva sotto cui si forma lesperienza. Il silenzio del narratore Robert Musil, Luomo senza qualit (1930-33): In campagna gli di visitano ancora gli uomini, egli pens, si

qualcuno e si vive qualcosa, ma in citt, dove gli eventi sono mille volte pi numerosi, non si pi capaci di trovare il nostro rapporto con essi; e di l ha origine la famigerata astrattezza della vita. [...] Come uno dei pensieri apparentemente distaccati e astratti che cos spesso nella sua vita acquistavano un valore immediato, gli venne in mente che la legge di questa vita a cui si aspira oppressi, sognando la semplicit, non se non quella dellordine narrativo, quellordine normale che consiste nel poter dire: Dopo che fu successo questo, accadde questaltro. Quel che ci tranquillizza la successione semplice, il ridurre a una dimensione, come direbbe un matematico, lopprimente variet della vita; Il silenzio del narratore

Robert Musil, Luomo senza qualit (1930-33): infilare un filo, quel famoso filo del racconto di cui fatto anche il filo della vita, attraverso tutto ci che avvenuto nel tempo e nello spazio! Beato colui che pu dire: allorch, prima che e dopo che! Avr magari avuto tristi vicende, si sar contorto dai dolori, ma appena gli riesce di riferire gli avvenimenti nel loro ordine di successione si sente cos bene come se il sole gli riscaldasse lo stomaco. [...] Nella relazione fondamentale con se stessi, quasi tutti gli uomini sono dei narratori. [...] A loro piace la serie ordinata dei fatti perch somiglia a una necessit, e grazie allimpressione che la vita abbia un corso si sentono in qualche modo protetti in mezzo al caos. E Ulrich si accorse di aver smarrito quellepica primitiva a cui la vita privata ancora si tien salda, bench pubblicamente tutto sia gi diventato non narrativo e non segua pi un filo ma si allarghi

Il silenzio del narratore Robert Musil, Lettera del 26 gen. 1931 a un giornalista tedesco: Lei dice questo: il primo volume rinuncia alla dimensione del tempo, del suo scorrere, dellevoluzione temporale (e voglio subito aggiungere: dunque anche di quella causale). Lei giustamente vede che tutto ci presuppone la rinuncia allo stile narrativo. Il prima e il dopo non sono cogenti, il progresso solo intellettuale e spaziale. Il contenuto si espande in modo atemporale, tutto in fondo sempre presente tutto insieme. Gli avvenimenti del nostro mondo attuale sono perlopi soltanto qualcosa di schematico [...], vale a dire di tipico, di concettuale e per giunta di esangue. Perci Ulrich cerca una

via duscita, una determinazione reale delle sue azioni, senza con questo voler rinnegare il proprio essere senza qualit Il silenzio del narratore Robert Musil, Lettera del 26 gen. 1931 a un giornalista tedesco: Per lui non c un accadere. Ci che sembra tale non che un fantasma. Non vi sono motivazioni sufficienti e dunque vi soltanto uno sviluppo causale che non lo riguarda affatto bench lui vi partecipi, e perci in questo prima anche il tempo per lui non rappresenta una successione provvista di contenuto. [...] Mentre il tempo scorre, le sue esperienze straripano da tutte le parti, senza che questo straripare gli piaccia. A un certo punto dico persino che la sua e la nostra vita hanno perduto il filo del racconto e aggiungo alcune osservazioni in proposito.

Il silenzio del narratore Robert Musil, Luomo senza qualit: Non s notato come le esperienze si sian rese indipendenti dalluomo? [] sorto un mondo di qualit senza uomo, di esperienze senza colui che le vive, e si pu quasi immaginare che nel caso limite luomo non potr pi vivere nessuna esperienza privata []. Probabilmente la decomposizione del rapporto antropocentrico che per tanto tempo ha posto luomo come centro delluniverso, ma in ribasso da secoli, giunta finalmente allIo, perch lidea che limportante dellesperienza il viverla, e dellazione il farla, incomincia a sembrare uningenuit alla maggior parte degli uomini. Lesperienza e la scrittura Italo Calvino, Prefazione 1964 al Sentiero dei nidi di ragno:

Questo romanzo il primo che ho scritto, quasi la prima cosa che ho scritto. Cosa ne posso dire, oggi? Dir questo: il primo libro sarebbe meglio non averlo mai scritto. [] Per coloro che da giovani cominciarono a scrivere dopo unesperienza di quelle con tante cose da raccontare (la guerra, in questo e in molti altri casi), il primo libro diventa subito un diaframma tra te e lesperienza, taglia i fili che ti legano ai fatti, brucia il tesoro di memoria quello che sarebbe diventato un tesoro se avessi avuto la pazienza di custodirlo, se non avessi avuto tanta fretta di spenderlo, di scialacquarlo, dimporre una gerarchia arbitraria tra le immagini che avevi immagazzinato, di separare le privilegiate, presunte depositarie duna emozione poetica, dalle altre, quelle che sembravano riguardarti troppo o troppo poco per poterle rappresentare, insomma distituire di prepotenza unaltra memoria, una memoria trasfigurata al posto della memoria

Lesperienza e la scrittura Italo Calvino, Prefazione 1964 al Sentiero dei nidi di ragno: Di questa violenza che le hai fatto scrivendo, la memoria non si riavr pi [] La memoria o meglio lesperienza, che la memoria pi la ferita che ti ha lasciato, pi il cambiamento che ha portato in te e che ti ha fatto diverso , lesperienza primo nutrimento anche dellopera letteraria (ma non solo di quella), ricchezza vera dello scrittore (ma non solo di lui), ecco che appena ha dato forma a unopera letteraria insecchisce, si distrugge. Lo scrittore si ritrova ad essere il pi povero degli uomini. Lesperienza e la scrittura

Italo Calvino, Prefazione 1964 al Sentiero dei nidi di ragno: Cos mi guardo indietro, a quella stagione che mi si present gremita dimmagini e di significati: la guerra partigiana, i mesi che hanno contato per anni e da cui per tutta la vita si dovrebbe poter continuare a tirar fuori volti e ammonimenti e paesaggi e pensieri ed episodi e parole e commozioni: e tutto lontano e nebbioso, e le pagine scritte sono l nella loro sfacciata sicurezza che so bene ingannevole, le pagine scritte gi in polemica con una memoria che era ancora un fatto presente, massiccio, che pareva stabile, dato una volta per tutte, lesperienza, e non mi servono, avrei bisogno di tutto il resto, proprio di quello che l non c. Un libro scritto non mi consoler mai di ci che ho distrutto scrivendolo: quellesperienza che custodita per gli anni della vita mi sarebbe forse servita a scrivere lultimo libro, e non mi bastata che a scrivere il primo.

Una funzione del capire Luigi Meneghello, Nota (1976) ai Piccoli maestri: Per anni ho continuato a tentare di dar forma a singoli pezzi di questa materia: sapevo che per formarla bisognava capirla, scrivere una funzione del capire. Franco Calamandrei, Raccontare significa chiarire a noi stessi la vita (Il Politecnico, dic. 1945): Raccontare, narrare, vuol dire rappresentare i fatti della vita nel loro determinarsi reciproco, nei loro rapporti scambievoli; vuol dire scoprire e mostrare per mezzo di parole scritte come un fatto nasce da un altro fatto, come a sua volta influisce sul fatto che lha originato, e a sua volta d origine a un fatto nuovo; vuol dire chiarire in quale maniera di continuo si trasformi la vita, e per quali svolgimenti si formino in essa le

vicende degli individui. Una funzione del capire Italo Calvino, Cibernetica e fantasmi (Appunti sulla narrativa come processo combinatorio) (1967): Tutto cominci con il primo narratore della trib. Gi gli uomini scambiavano tra loro suoni articolati, riferendosi alle necessit pratiche della loro vita []. Il numero delle parole era limitato: alle prese col mondo multiforme e innumerevole gli uomini si difendevano opponendo un numero finito di suoni variamente combinati. [] Il narratore cominci a profferire parole non perch gli altri gli rispondessero altre prevedibili parole, ma per sperimentare fino a che punto le parole potevano combinarsi luna con laltra, generarsi una dallaltra: per dedurre una spiegazione del mondo dal filo dogni discorsoracconto possibile, dallarabesco che nomi e verbi, soggetti e

predicati, disegnavano diramandosi gli uni dagli altri. Una funzione del capire Paul Ricoeur, Tempo e racconto (3 voll., 1984-85): Ha introdotto la nozione di intelligenza narrativa, cio una funzione primaria della mente umana che presiede alla configurazione degli intrecci, delle concatenzioni temporali e causali tra gli eventi; ha manifestato grande fiducia nella sopravvivenza della funzione narrativa: Questo perch non sappiamo che cosa sarebbe una cultura nella quale non si sappia pi che cosa significhi raccontare. Una funzione del capire Brooks, Trame. Intenzionalit e progetto nel discorso narrativo (1984):

Ogni racconto, dal pi semplice al pi elaborato, intenzionalmente ermeneutico, in quanto ripercorre gli avvenimenti passati allo scopo di porli al servizio della consapevolezza. Noi leggiamo, senza dubbio, per soddisfare ogni tipo di passioni, ma sempre e comunque animati dalla passione di venire a sapere, di scoprire, di arrivare alla produzione del senso; [] di arrivare a cogliere lordine semantico conferito allesperienza dalla struttura del racconto. Una funzione del capire Stephen Jay Gould, So Near and Yet so Far (1995): Siamo creature che raccontano storie; la nostra specie avrebbero dovuto chiamarla Homo narrator (o forse Homo mendax per riconoscere laspetto fuorviante che c nella

narrazione di storie) anzich con il termine spesso non appropriato di Homo sapiens. La modalit narrativa ci riesce naturale, come uno stile per organizzare pensieri e idee. Una funzione del capire Jerome Bruner, La cultura delleducazione (1997), in cui ha contrapposto il pensiero logico-scientifico e il pensiero narrativo: Gli esseri umani danno un significato al mondo raccontando storie su di esso. consuetudine della maggior parte delle scuole trattare le arti narrative la canzone, il dramma, il romanzo, il teatro e via dicendo come qualcosa di pi decorativo che necessario, qualcosa con cui ingentilire le ore di svago, a volte come qualcosa di moralmente esemplare. Ci non toglie che noi

costruiamo in forma narrativa lanalisi delle nostre origini culturali e delle credenze che ci sono pi care, e non solo il contenuto di quei racconti ad affascinarci, ma anche labilit con cui vengono narrati. Una funzione del capire Jerome Bruner, La cultura delleducazione (1997) : Anche la nostra esperienza immediata, quello che ci successo ieri o laltroieri, la esprimiamo sotto forma di racconto. Cosa ancor pi significativa, rappresentiamo la nostra vita (a noi stessi e agli altri) in forma di narrazione. Non sorprendente che gli psicoanalisti oggi riconoscano che la personalit implica una narrazione, poich la nevrosi un riflesso di una storia insufficiente, incompleta o inadeguata su se stessi. Ricorderete che quando Peter Pan chiede a Wendy di

ritornare con lui nellIsola che non c, per convincerla le spiega che potrebbe insegnare come si raccontano storie ai Ragazzi perduti che vi si trovano. Se essi imparassero come si organizza un racconto, i Ragazzi perduti sarebbero forse in grado di crescere.

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